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E se smartphone e tablet aiutassero a capire la scienza?

nullLe tecnologie e i nuovi media sono ormai i fidati alleati di  qualsiasi tipo di attività quotidiana, spesso anche nelle aule scolastiche.  Computer, lavagne interattive, lettori ebook e tablet  conquistano sempre  più spazio  tra i  banchi di scuola. Ma quali sono i risultati? Sono davvero degli strumenti per migliorare le performance degli studenti? Secondo il recente studio dell’Ocse “Students, Computers and Learning: Making the Connection , basato sui dati dell’analisi Programme for International Student Assessment (PISA)  del 2012, le tecnologie laddove usate in classe non hanno ancora dato i risultati sperati. Quello che si può leggere tra le righe è che continua ad essere importante, se non fondamentale, il ruolo dell’insegnante. Insegnante inteso come guida attiva nei nuovi processi di cambiamento, che sia in grado di integrare tecnologie, metodo di insegnamento e apprendimento degli studenti.  Un appuntamento importante pensato per gli  insegnanti di materie scientifiche è stato il convegno nazionale “Smartphone e tablet per l’insegnamento delle scienze”, tenutosi a Città della Scienza l’11 e il 12 settembre scorsi, dove si è potuto fare il punto su come cambia l’insegnamento delle discipline scientifiche grazie o a causa delle tecnologie.  L’incontro nasce su iniziativa dell’A.I.F. (Associazione per l’insegnamento della Fisica), Science on Stage Deutschland e Fondazione IDIS-Città della Scienza, per far confluire i lavori del gruppo di lavoro A.I.F “SMART, smartphone, tablet e nuove tecnologie nell’insegnamento della fisica” e l’esperienza europea “IStage 2, smartphones in science teaching” per l’elaborazione di attività didattiche con supporto di smartphone.  “Il convegno ha centrato il suo obiettivo, rispondendo a una esigenza avvertita. I docenti sono ogni giorno a contatto con ragazzi che vivono quasi in “simbiosi mutualistica” con i loro smartphone, ormai una loro appendice. Evitando di demonizzare l’uso di questo tecnologie, come se fossero la rovina dei giovani, ma evitando anche la loro “beatificazione”, come se fossero la panacea di tutti i problemi della scuola, abbiamo tentato di fornire proposte e indicazioni per un uso consapevole, utile, produttivo, di smartphone e tablet nell’insegnamento scientifico. E di proposte e di esperienze ne sono state presentate tante, mostrando  grande  fantasia, creatività, efficacia didattica. Gli interventi hanno coperto pressoché tutte le aree disciplinari scientifiche, dalla fisica, alla chimica, all’astronomia, alla matematica e geometria, alla tecnologia, senza dimenticare uno sguardo alle problematiche legate al mondo ICT”, ha spiegato  Giovanni Pezzi coordinatore del gruppo di lavoro SMART AIF.  Durante i due giorni del convegno alcuni docenti provenienti da tutt’ Italia hanno potuto presentare esperienze didattiche significative rese possibile proprio grazie all’ uso di sensori wireless e bluetooth, applicazioni didattiche e smartphone. Le storie sono state tante e varie, ma in comune tutte hanno dimostrato come tablet e smartphone sono utili per attirare l’attenzione degli studenti o in molti casi per sostituire laboratori didattici non fruibili o addirittura inesistenti. I ragazzi possono così non solo fare esperienza pratica di ciò che studiano sui libri, ma capire come dispositivi usati quotidianamente per scopi ludici, sono invece anche degli ottimi strumenti didattici. Tra i progetti presentati ci sono stati molti sviluppati da docenti campani. C’è per esempio “Smart Astronomers: from classroom to the Sky, messo a punto dalla professoressa Immacolata Ercolino nell’ ambito del progetto europeo Istage2, che permette con l’aiuto di diverse applicazioni di misurare la distanza  delle stelle, dei pianeti  o di altri oggetti nel cielo tenendo conto  del metodo della parallasse e le funzioni trigonometriche. Quest’attività ha permesso agli studenti di calcolare l’effettiva distanza tra 2 oggetti usando degli strumenti molto semplici, oltre che capire come le misure trigonometriche e gli angoli di parallasse siano utilizzati in applicazioni reali quali navigazione astronomica o la misurazione in ambito terrestre. C’è poi Mindwave approccio di laboratorio informale che, attraverso l’uso di sensori collegati a un’app sul proprio tablet,  permette di  registrare le onde celebrali distinguendo la capacità di attenzione da quella di meditazione. L’uso di tecnologie in questo caso ha fatto capire agli studenti cosa accade nel proprio cervello durate qualsiasi attività quotidiana, dando la spinta giusta per uno studio del sistema nervoso più consapevole. Il progetto è stato realizzato dalla prof.ssa Adriana Guarriello tutor coordinatore del TFA2 della Università Federico II di Napoli e dal prof. Ottavio Soppelsa docente della Federico II. Il lavoro è stato proposto come percorso didattico all’Istituto paritario Nazareth di Napoli.  Ad essere usati come strumento didattico possono essere non solo i dispositivi mobile ma anche i social network. Un esempio è PossoFidarmi, progetto che sarà sperimentato il prossimo anno scolastico, che ha l’obiettivo di usare il social Twitter per fare una corretta informazione scientifica e aiutare gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado a cercare in rete fonti affidabili. Nato da un’idea della professoressa Teresita Gravita, l’iniziativa sarà un servizio in cui studenti “mentor” del triennio dopo un breve training dovrebbero indirizzare, attraverso un account twitter preposto, gli studenti del biennio sulla veridicità scientifica delle informazioni da loro reperite. L’utilizzo dei social permette di lasciare traccia in rete delle attività degli studi e creare in questo modo una specie di banca dati di siti e informazioni scientifiche corrette accessibile a tutti.

In Campania un presidio territoriale importante per la diffusione  e l’uso consapevole delle tecnologie nel mondo della scuola è Fondazione IDIS – Città della Scienza, non a caso sede del convegno. Rossella Parente , dell’ ufficio Innovazione Didattica di Città della Scienza, spiega: Non ci sono dubbi sul fatto che i ragazzi italiani usino in modo massiccio i nuovi media. Come possiamo quindi formare questi nativi digitali e allo stesso tempo gestire l’intero processo di insegnamento-apprendimento? Per ancora molti educatori la tecnologia è opaca non trasparente, è un’incognita non un’opportunità, ha un significato diverso da quello attribuito dai giovani che la utilizzano abitualmente. È in questo scenario che si inserisce Città della Scienza che, in modo concorde a quanti fanno ricerca nel campo della didattica, crede che vadano introdotte a scuola le stesse tecnologie che i nativi digitali usano quotidianamente. Naturalmente nessun nuovo processo è indolore, ma l’uso di smartphone e tablet nell’istruzione sarà naturale e anche divertente. Le tecnologie portatili forniscono agli studenti un accesso rapido e facile a una quantità sterminata di informazioni, oltre che dare la possibilità di rispondere alle diverse esigenze individuali di apprendimento.  Parente però sottolinea anche la necessità della figura dell’insegnate inteso come “mediatore attivo tra studenti e nuovi media” affinché le nuove generazioni siano sempre meno dipendenti passivi della tecnologia ma fruitori consapevoli di limiti e potenzialità.

Per approfondire il tema: Dossier Nòva “Scuola, l’innovazione va oltre il pc”

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